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Bolivia, la strada più pericolosa del mondo

Fedele al motto secondo cui “viaggiare è sperimentare” e non, invece, adagiarsi e riposare, ma soprattutto tentato dalle informazioni che ho carpito su internet a proposito, ho deciso che fosse giunta l’ora di andare a vedere di persona la tanto famigerata “Ruta de la muerte”, ovvero quella che passa per essere la strada più pericolosa al mondo, a circa un’ora di macchina da La Paz, in Bolivia.

Arrivare in Sud America, quando non si tratta di Brasile o Argentina, non è mai la cosa più comoda o economica: spesso è necessario uno sforza psico-fisico, sobbarcandosi un viaggio di una durata non proprio minima. Ad ogni modo, l’aeroporto più comodo dove atterrare è quello di La Paz, città nota per l’altitudine, pari a circa 3600 metri sul livello del mare.

L’arrivo a La Paz non è uno qualunque: in primis, proprio l’altitudine, alla quale normalmente non si è abituati, può portare qualche fastidio di natura fisica; ma, soprattutto, quello che colpisce è la conformazione della città, il cui centro storico è situato alle pendici delle montagne circostanti, con tutto il nucleo delle case che lo circonda, creando un incredibile effetto stadio. Peraltro, il mezzo pubblico più utilizzato, oltre agli autobus, sono le funicolari, che collegano i diversi punti della città ed offrono, per pochi centesimi (3 bolivianos, circa 35 centisimi di euro), una vista mozzafiato sulla città.

Per la Ruta de la Muerte ci sono tante agenzie, in città, che offrono pacchetti all inclusive (il costo, orientativamente, è di circa 70 euro a persona): il consiglio, tuttavia, è di selezionare bene la propria, in quanto la qualità della bicicletta e la serietà della guida faranno la differenza.

L’appuntamento, dopo aver prenotato, è per il giorno seguente, alle ore 7.30 del mattino. Mi distinguo subito per essere un italiano: mentre inglesi, irlandesi e canadesi arrivano attrezzatissimi, con scarpe da trekking e GoPro di ultima generazione, io, insieme ad un malesiano, sono equipaggiato più per andare sulla spiaggia che non per l’alta montagna. Tuttavia, la fortuna mi ha dato una mano, offrendo una giornata essenzialmente di sole e con temperature clementi.

Dopo un’ora di autobus (il van, devo dire, era comodo e la guida parlava perfettamente inglese) si arriva a circa 4.800 metri, pronti per partire. Dopo un breve briefing, la prima parte (che sono circa 20 km) consiste in una pedalata sull’asfalto, per prendere dimestichezza con le biciclette (e con la temperatura che, a seconda dei giorni, può scendere al di sotto dello 0°C). Il panorama è davvero incredibile, con le vette circostanti innevate e dei paesaggi unici nel loro genere.

La parte più interessante, tuttavia, è costituita dai 60 km della Ruta de la muerte: una strada sterrata, abbastanza stretta (a malapena ci passano due auto affinacate) e, soprattutto, con un dirupo a lato, senza alcuna protezione. Noi l’abbiamo percorsa interamente in bicicletta, con soste qua e la per qualche foto di rito, e qualche soccorso ad alcuni temerari che, nella discesa, hanno rischiato di lasciarci le penne (scherzi a parte, ogni tanto, purtroppo, capitano incidenti anche seri e con conseguenze drammatiche…).

Come spesso dico, le parole non sempre riescono a rendere l’idea. Lascio, quindi, spazio alle fotografie, consigliando, ai più spericolati, di inserire nella propria wish list questa esperienza: ne vale davvero la pena.

Testo e foto di Sabino Sernia

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