Bali: passato e presente dell’isola degli Dei

Oggi basta pronunciare il nome Bali per evocare immediatamente immagini di risaie, templi, spiagge tropicali e tramonti sull’oceano. Eppure, il mito dell’Isola degli Dei non nasce con Instagram, né con i nomadi digitali. 

Già nei primi del Novecento, durante il periodo coloniale olandese, Bali iniziò ad attirare artisti, scrittori e viaggiatori occidentali, affascinati dalla sua cultura e da tradizioni profondamente radicate.

Da allora è passato quasi un secolo e quella piccola isola indonesiana è diventata una delle destinazioni più conosciute al mondo. Forse persino troppo.

La fama, però, ha inevitabilmente lasciato il segno. Bali è cresciuta, si è trasformata, e alcune zone dell’isola sono cambiate profondamente per rispondere a un turismo sempre più invasivo.

 Traffico, nuove costruzioni e beach club hanno progressivamente preso il posto di paesaggi e atmosfere che, fino a qualche anno fa, sembravano parte integrante della sua identità.

Da qui nasce una domanda che credo sia più che legittima per chi sta pensando di partire: vale ancora la pena visitare Bali?

Bali ieri e oggi

Quando ci sono arrivato per la prima volta, era già una destinazione mainstream. Devo ammettere che, se non fosse stata così famosa, probabilmente non l’avrei conosciuta neppure io.

Quello che però mi ha colpito di più negli ultimi anni non sono stati soltanto i cambiamenti, ma la velocità con cui questi avvengono. Attenzione, non parlo di una strada diventata più trafficata o dell’ennesimo matcha coffee comparso all’angolo. A Bali basta tornare dopo qualche mese per scoprire che una risaia è stata completamente rasa al suolo per lasciare spazio a un resort con piscina a sfioro.

Sono trasformazioni che in altre parti del mondo, Italia in primis, richiederebbero mesi soltanto tra progetti e burocrazia. Qui, invece, tutto sembra procedere con la facilità di un copia e incolla: si costruisce, si demolisce, si devia una strada e poco dopo il paesaggio cambia volto.

Il rischio, quando si parla di questi cambiamenti, è quello di cadere nella solita retorica del “Bali era meglio prima”. Ogni destinazione cambia, soprattutto quando raggiunge una popolarità così elevata. Sarebbe assurdo pretendere che un’isola visitata ogni anno da milioni di persone restasse immutata nel tempo, così come sarebbe ingiusto considerare ogni nuova costruzione o attività come qualcosa di necessariamente negativo.

La domanda, semmai, è un’altra: a quale prezzo è avvenuto tutto questo?

Per anni l’isola è stata raccontata come il luogo perfetto dove poter rallentare, ritrovare se stessi e riscoprire una vita più semplice. Oggi, almeno in alcune zone, puoi ancora ritrovare te stesso, certo: magari dopo aver pagato il parcheggio, prenotato una sessione con uno sciamano e ordinato un caffè freddo in un locale affacciato su quella che, fino a poco tempo prima era una risaia.

Il suo successo rischia, in alcuni casi, di trasformare ciò che per anni ha attirato milioni di viaggiatori. Resort, ville, beach club e locali internazionali non sono un problema in sé; lo diventano quando iniziano a sostituire quella semplicità e quei paesaggi che hanno contribuito a costruire il suo mito.

Un’isola che non conosce più la bassa stagione

Negli ultimi anni ho frequentato l’isola anche tra novembre e dicembre, mesi tradizionalmente considerati di bassa stagione. La scelta era soprattutto pratica. Viaggiando spesso nel Sud-est asiatico, L’isola rappresenta una base estremamente comoda: ha un grande aeroporto internazionale e da qui è semplice raggiungere molte altre destinazioni.

C’era poi un altro vantaggio: venire in questo periodo significava accettare qualche giornata di pioggia in più in cambio di un luogo meno affollato e prezzi più bassi. O almeno, questo era quello che mi aspettavo.

Oggi posso dire che parlare di una vera “off season” è diventato difficile. La pioggia esiste eccome — e posso assicurare di averla sperimentata goccia per goccia — ma il conseguente calo dei visitatori sembra essere sempre meno evidente.

A Canggu, Seminyak e Kuta, novembre e dicembre assomigliano a luglio e agosto: traffico, code ai semafori, ristoranti pieni, ostelli affollati e locali che continuano a lavorare a pieno regime.

Cambia, forse, il tipo di turismo. Si incontrano meno viaggiatori arrivati per la classica vacanza di pochi giorni e più persone che rimangono per periodi lunghi: nomadi digitali, expat, surfisti o semplicemente viaggiatori che, come me, si muovono per mesi nel Sud-est asiatico.

Risultato? la bassa stagione meteorologica esiste ancora, quella turistica molto meno.

Il lato positivo del cambiamento

Sarebbe però ingiusto raccontare la trasformazione guardandone soltanto gli aspetti negativi. Il turismo ha cambiato profondamente l’isola, ma ha anche portato denaro e opportunità in zone che fino a non molti anni fa erano estremamente povere.

Negli anni ho visto crescere non soltanto hotel, ville e ristoranti, ma anche servizi e iniziative che hanno avuto un impatto positivo sulla vita locale. Sono nate scuole, associazioni e centri dedicati alla tutela degli animali, mentre la conoscenza dell’inglese è ormai diffusissima, soprattutto tra le generazioni più giovani.

Qualcosa sembra muoversi anche sul tema della plastica, che per anni è stata forse una delle piaghe più evidenti. Non direi certo che Bali abbia risolto la questione, ma negli ultimi anni ho avuto la sensazione che ci sia finalmente una maggiore attenzione.

Divieti, campagne di sensibilizzazione, raccolte organizzate e iniziative locali sono diventati molto più visibili rispetto al passato.

Questo non significa che ogni passo avanti sia merito del turismo, ma è difficile ignorare quanto il suo sviluppo abbia contribuito a portare nuove risorse.

Dare un giudizio netto diventa quindi meno semplice. Da una parte, il turismo sta trasformando profondamente il territorio e, in alcuni casi, rischia di cancellare proprio ciò che ha reso famosa l’isola. Dall’altra, ha migliorato concretamente molti aspetti della vita locale e creato opportunità che prima non esistevano.

L’altra Bali esiste ancora

C’è però un errore che, secondo me, si commette spesso: pensare che le località più famose rappresentino l’intero territorio. Canggu, Seminyak e Kuta sono probabilmente i luoghi dove le trasformazioni degli ultimi anni sono più evidenti, ma basta allontanarsi dal sud per scoprire una realtà completamente diversa.

A Sidemen, ad esempio, il paesaggio torna a essere dominato dalle risaie e dai piccoli villaggi; Munduk conserva un carattere decisamente più rurale, mentre spostandosi verso Amed o Pemuteran anche il ritmo delle giornate rallenta. Non significa certo trovare una Bali priva di turismo, ma da queste parti il cambiamento sembra procedere più lentamente e seguire dinamiche diverse.

Una delle cose che ho imparato in questi anni è proprio questa: bastano pochi chilometri per cambiare completamente l’esperienza di viaggio.

Per questo, soprattutto durante un primo viaggio, vale la pena spingersi oltre le località più conosciute e costruire un itinerario che tocchi zone diverse dell’isola. In questa guida completa a Bali trovi una panoramica dei luoghi da vedere e delle tappe da prendere in considerazione.

Perché continuo a tornare

A questo punto potrebbe sembrare quasi una contraddizione, ma nonostante tutto continuo sempre a tornare. Conosco il traffico, vedo le trasformazioni e ci sono aspetti che apprezzo molto meno rispetto al passato. Eppure, ogni volta che parto, so già che prima o poi finirò nuovamente qui.

Una delle ragioni è sicuramente la facilità con cui si incontrano persone provenienti da ogni parte del mondo. Per chi, come me, lavora online, l’isola offre infinite possibilità di fare networking, confrontarsi con realtà diverse e, qualche volta, trasformare una semplice conoscenza in un’opportunità professionale. 

Ma non è soltanto una questione di lavoro. Paradossalmente, anche nella Bali diventata più caotica, riesco ancora a rallentare. Posso lavorare, portare avanti i miei progetti e, allo stesso tempo, costruirmi una quotidianità in cui il lavoro non occupa necessariamente tutta la giornata. È un equilibrio tra vita e lavoro che altrove faccio più fatica a trovare.

Poi c’è qualcosa di molto meno razionale. Bali continua ad avere un carisma difficile da spiegare: un insieme di persone, cultura, opportunità e stile di vita che, nonostante tutti i cambiamenti, continua a esercitare una certa attrazione.

Vale ancora la pena visitare Bali?

Arrivati a questo punto, la risposta alla domanda che ha accompagnato tutto l’articolo non può essere un semplice sì o no. Dipende soprattutto da cosa si cerca e dal modo in cui si decide di viaggiare.

Se si arriva aspettandosi un luogo quasi incontaminato, fatto di risaie, piccoli villaggi e spiagge deserte, probabilmente si rimarrà delusi. Quella Bali, almeno nelle zone più conosciute, appartiene ormai al passato.

Basta però allontanarsi dalle località più gettonate e concedersi un po’ più di tempo per scoprire che molte delle sue anime continuano a esistere.

La Bali di oggi è più affollata, più internazionale e sicuramente più contraddittoria. Ha guadagnato opportunità e servizi, ma lungo il percorso ha inevitabilmente sacrificato parte della propria semplicità. Non è migliore o peggiore di quella del passato: è semplicemente diversa.

Ma quindi, vale ancora la pena visitarla? Per me sì. Non perché sia rimasta la stessa, ma perché, nonostante tutto, Bali continua ad avere qualcosa di difficile da spiegare e ancora più difficile da trovare altrove. Forse è proprio questo il motivo per cui milioni di persone scelgono di visitarla e molte altre, me compreso, continuano a trovare una ragione per tornare.

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